In questo articolo ti offro un esempio di come la turistificazione di un luogo presenti a volte delle avvisaglie a cui le persone locali inconsapevolmente si adeguano, contribuendo involontariamente al processo. Mi fa piacere leggere anche la tua opinione, per cui ti aspetto nei commenti alla fine dell’articolo.


Se entri nel mio blog per la prima volta, benvenuta/o!
Io sono Alessandra Ripa, blogger viaggiatrice osservatrice, irrimediabilmente leccese.
Nel Salento, da decenni, la gente rinfresca le sue pause estive con un ‘caffè in ghiaccio’: un espresso versato, ancora bollente, dalla tazzina al bicchiere colmo di ghiaccio. In base alle preferenze di chi lo consumerà, il caffè può essere precedentemente zuccherato in tazza, oppure lasciato amaro, o infine dolcificato con uno sciroppo alle mandorle (impropriamente detto ‘latte di mandorla’) versato nello stesso bicchiere del ghiaccio. In questo ultimo caso i salentini lo chiamano caffè in ghiaccio con latte di mandorla’ (qui trovi la ricetta). Chi tra gli autoctoni ha la consuetudine di consumarlo al bar, ha sviluppato questa abilità particolare nel dire ‘uncafféinghiaccioconlattedimandorla’ tutto d’un fiato, magari come intercalare nella conversazione in cui si sta intrattenendo, per non perdere l’attenzione del/della barista (e quindi assicurarsi la precedenza rispetto ad altri avventori qualora l’ordinazione avvenga al bancone). Per non parlare della casistica in cui lo si desideri soffiato, e allora la semplice richiesta del caffè diventa una prova di apnea che una ordinazione vera e propria.
Diciamocelo, l’usanza non é poi così originale, essendo piuttosto comune e neppure tanto strampalata date le temperature estive, tra i vari paesi che affacciano sul bacino del Mediterraneo, dalla Grecia alla Spagna passando appunto per il Salento, seppur con alcune varianti. Eppure, nonostante le antiche abitudini, e nonostante la non peculiarità della bevanda per la zona in questione, negli ultimi anni abbiamo assistito alla strana consuetudine da parte di alcuni baristi, di confermare o riepilogare l’ordinazione, ribadendo ‘un caffè leccese’, o in alcuni casi ‘un caffè salentino’, lasciando un basita la clientela locale.
Non si capisce chi per primo/a abbia introdotto questa definizione, anche se risulta piuttosto facile immaginare qualche turista di ritorno dalla vacanza ‘inSalento’ (per citare il ben più famoso Biagio Antonacci) alla parti sue (Milano? Roma?) chiedere un siffatto caffè al proprio bar di fiducia, o chissà magari proporlo nel suo, per poi renderlo così popolare da indurre ulteriori turisti a formulare così la richiesta una volta giunti nella meta delle vacanze.
E dire che ricordo i tempi in cui, da giovane lavoratrice emigrata a Milano come tanti, ai primi caldi provavo a chiedere un caffé in questa forma nei bar che frequentavo nella città meneghina, magari anche prodigandomi in spiegazioni, e il massimo che riuscivo a ottenere era uno sfigato cubetto di ghiaccio abbandonato nella sua solitudine a distillare ultime gocce di freschezza in una tazzina colma di caffé bollente.
Ma cosa c’è di male, dunque, nell’usare questa nuova definizione? Non dovremmo forse andarne fieri?
E sì perché il tema è caldo, bollente come un espresso direi, e se c’è chi soprassiede, chi annuisce, chi non sente chi non fa finta di non sentire, c’è chi si adatta e inizia a scimmiottare in una strana assimilazione questo nuovo modo di dire: ‘ motivo di orgoglio’ esclamano coloro che difendono questa nuova consuetudine, per non parlare di svariati brand del caff che cavalcano questo trend per pubblicizzare i loro prodotti torrefatti nonché immancabili creator che ne propongono la ricetta nei loro contenuti, manco fosse la formula per la pietra filosofale.
Bhe di male non c’è nulla e siamo tutte e tutti d’accordo che nel mondo in cui viviamo ci sarebbe urgenza di affrontare e risolvere problematiche più complesse. Eppure, la sensibilità che i leccesi e i salentini hanno verso questo tema dimostra che forse non è solo una questione di nomenclature.
Il turismo nel Salento è un fenomeno degli ultimi 20 anni, che ha rapidamente trasformato un territorio periferico, dimenticato, oggetto di pesanti flussi migratori, culla di culture e tradizioni cristallizzate (e a volte anche un po’ stagnanti) in una destinazione turistica, prima di nicchia poi estiva e infine sempre più massificata e meno stagionale, nota non più solo ai vacanzieri italiani ma anche ad avventori stranieri. Il cambio è stato veloce, con un’accelerata negli ultimi 5 anni, tale da lasciare gli stessi locals un po’ storditi/stupiti/ammaliati dalla crescente popolarità della loro terra. Se questo ha innumerevoli tornaconti positivi, dal ritrovato amore e orgoglio per la propria regione, al flusso di denaro, alle opportunità di lavoro, è ormai evidente a tante e tanti che il fenomeno ha delle conseguenze sul modo in cui salentine e salentini vivono e percepiscono il loro territorio. E non mi riferisco solo all’incontro con culture diverse, ad abituarsi a condividere le spiagge con più persone, ad affrontare l’aumento dei prezzi in alta stagione e la difficoltà a trovare casa a uso abitativo, tutti temi caldi e urgenti, ma anche alla progressiva assuefazione all’aspettativa turistica. Lo stile di vita spontaneo di chi frequenta il proprio territorio in quanto parte del suo ecosistema (seppur in continua evoluzione come tutti gli ecosistemi) si sta adeguando all’evoluzione rapidissima dell’ecosistema imposto dall’esterno senza porsi troppe domande: da chi ha stabilito quali sono i piatti tradizionali degni di risonanza (e di un posto in TUTTI i sacrosanti menu’), chi ha stabilito quali siano le spiagge da frequentare in base al vento, chi ha definito un dress code per passeggiare nei centri storici delle nostre citta’ e borghi, chi ha stabilito cosa è degno di un ‘contenuto’ e cosa non merita di essere inquadrato da una fotocamera (salvo poi adeguarsi a un eventuale nuovo trend). In tutto ció, e avrete adesso capito dove voglio arrivare, a quanto pare rientra anche il come dobbiamo chiamare i nostri prodotti nella nostra quotidianità. E in questo inventare nuove nomenclature e’ tutto un sbizzarrirsi di definizioni: ‘caffè leccese’, ‘caffè salentino’, ah no aspetta ‘caffè salentino’ e’ quello con il latte di mandorla, ‘caffé leccese quello senza (ma quando mai), …
Ed ecco allora spiegata una volta per tutte, si spera, l’indignazione di chi si sente correggere al bar alla sua ordinazione uguale da tutta la vita, il fastidio di chi vede l’ennesima campagna pubblicitaria di un brand qualsiasi del ‘caffé che cavalva l’onda delle mode turistiche, magari appena dopo il rientro dalle vacanze. E anche la rassegnazione di chi ormai conosce l’attitudine dei suoi conterranei a lasciarsi definire dall’esterno, a farsi sedurre dai primi forestieri prodighi di moine, ma perseveranti nella scarsa attitudine a investire in iniziative di valore e di lungo termine: come potrebbe essere un consorzio delle tante torrefazioni locali oppure il riconoscimento di un marchio IGT per il tanto decantato ‘caffè leccese’.
Cosa ne pensi? Ti aspetto nei commenti, con un ‘caffè in ghiaccio con latte di mandorla in mano magari.
Un pensiero su “Caffè leccese: se il turismo plasma la nostra identità territoriale”